
La narrazione storica di Hanukkah parte dal II secolo a.C., periodo di dominio seleucide sulla Giudea. Si parla spesso della rivolta dei Maccabei, un piccolo gruppo di ebrei guidati da Giuda Maccabeo che si oppose alle pratiche ellenistiche imposte con forza, tentando di mantenere intatta la fede ebraica. Dopo aspre lotte, la riconquista del Tempio di Gerusalemme è stata immortalata come un momento di svolta: qui, secondo il Talmud, si sarebbe verificato il cosiddetto “miracolo dell’olio”. Un piccolo recipiente d’olio puro, sufficiente per un solo giorno, arse per otto giorni consecutivi – il tempo necessario per prepararne dell’altro secondo le regole rituali. Alcuni studiosi, tra cui lo storico Steven Fine, mettono in dubbio la storicità di questo racconto miracoloso, facendo notare che le fonti più antiche, come i Libri dei Maccabei, non lo menzionano affatto. Tuttavia, il miracolo è diventato con il tempo il simbolo centrale della festività, trasformando la menorah da semplice candelabro del Tempio a potente veicolo di memoria collettiva.
Chanukkà in ebraico significa “dedicazione” o “inaugurazione”. Non si tratta solo di una parola scelta per caso: simboleggia la purificazione e la riconsacrazione del Tempio, in precedenza profanato. L’accensione delle luci per otto giorni rievoca in modo tangibile quel periodo di attesa e speranza. L’ebraismo, come molte altre culture, ha legato la forza della luce alla possibilità di rinnovamento spirituale.
Nel corso dei secoli, Hanukkah è passata attraverso reinterpretazioni continue. Dal racconto dei Maccabei e della lotta per la libertà religiosa, la festa ha assunto via via un ruolo sempre più identitario, soprattutto nei periodi di diaspora e persecuzione. Durante il Medioevo, per esempio, la celebrazione avveniva spesso in clandestinità o nel ristretto ambito familiare, mentre nella modernità si è affacciata negli spazi pubblici, diventando occasione di orgoglio culturale (e non solo religioso). Osservando le fonti rabbiniche e i racconti popolari raccolti da antropologi come Barbara Kirshenblatt-Gimblett, si capisce che il confine tra storia, leggenda e necessità di coesione sociale è sempre piuttosto sfumato.
Simboli e valori: la luce come messaggio
Non c’è Hanukkah senza luce. Ma di quale luce si tratta, davvero? L’accensione delle candele sulla menorah – o più precisamente sulla chanukkiyah, il candelabro a nove bracci – è il gesto attorno a cui ruota l’intera festività. Otto candele, una per ogni giorno, più quella centrale, lo shamash (“servo”), che serve per accendere tutte le altre. Qui la simbologia si fa stratificata: la luce che cresce ogni giorno rappresenta il trionfo della speranza sulle tenebre, la memoria che resiste al tempo. Ogni candela accesa è un piccolo atto di coraggio, una dichiarazione che la fede e l’identità valgono la fatica della custodia.
Mi è capitato più volte, durante ricerche etnografiche, di raccogliere storie di famiglie che, anche nei momenti più bui (letteralmente e metaforicamente), non hanno mai rinunciato a questo gesto quotidiano. Un dettaglio che colpisce, e che si ritrova nelle testimonianze raccolte da Irving Greenberg, è il valore pedagogico della menorah: i bambini vengono coinvolti nella preparazione e nell’accensione, imparando attraverso la ripetizione rituale il senso della continuità.
Oltre alla luce, un altro simbolo ricorrente è il dreidel, la trottola a quattro facce con le lettere Nun, Gimel, Hei e Shin, acronimo di “Nes Gadol Haya Sham” (“un grande miracolo avvenne là”). Il gioco del dreidel era, in tempi di proibizione religiosa, un modo per mascherare lo studio della Torah: se le autorità ellenistiche sorpresero dei bambini radunati, bastava far finta di giocare. Curioso come certe strategie di sopravvivenza diventino, con il tempo, parte integrante della festa.
Il calendario di Hanukkah: date, durata e preparativi
Il computo delle date ebraiche è sempre una piccola sfida per il ricercatore moderno. Hanukkah inizia il 25 Kislev, ma nel calendario gregoriano può cadere tra fine novembre e fine dicembre. Non è raro che, nello stesso decennio, la festa cada in settimane molto diverse: una variabilità che, a mio avviso, aggiunge una certa suspense ogni anno, soprattutto quando la si deve spiegare a chi non la conosce.
Per otto sere consecutive, ogni famiglia accende una candela in più rispetto alla precedente. È interessante il dibattito rabbinico sull’ordine: la scuola di Hillel raccomanda di aumentare ogni giorno il numero di luci, mentre quella di Shammai avrebbe voluto iniziare da otto per poi scalare. La versione attuale segue la linea di Hillel, forse perché trasmette meglio il senso di crescita e di speranza.
La preparazione di Hanukkah ha, nelle case ebraiche, un sapore tutto particolare. Fin dal mattino della vigilia si pulisce la menorah, si scelgono con cura le candele (o l’olio, nelle versioni più tradizionali), si preparano piatti tipici come i latkes e si tirano fuori le decorazioni luminose.
Ritualità e oggetti: menorah, dreidel e abiti
L’accensione della menorah viene accompagnata da benedizioni specifiche: la prima sera se ne recitano tre, le altre due. Queste benedizioni, così concise e cariche di significato, sono rimaste pressoché immutate nei secoli. Ogni sera, al tramonto, si accende prima lo shamash e poi, con quello, le altre candele da sinistra verso destra. Il gesto è sempre lo stesso, ma ogni famiglia lo interpreta a modo suo: alcuni accompagnano l’accensione con canti come Maoz Tzur, altri preferiscono il silenzio o la riflessione.
Il dreidel ha un ruolo quasi ludico, ma non solo. Il gioco, che consiste nel far girare la trottola e interpretare la lettera uscita (che determina la vincita o la perdita di monete di cioccolato, i “gelt”), è diventato occasione di socialità e apprendimento. È significativo che in molte scuole ebraiche si organizzino ancora oggi tornei di dreidel, quasi a voler ribadire che il divertimento può andare di pari passo con la memoria storica.
Quanto all’abbigliamento, Hanukkah non prevede vesti rituali obbligatorie, ma in molte famiglie si indossano abiti più eleganti, specie nei giorni in cui si ricevono ospiti. C’è chi sceglie colori chiari, simbolo di luce, e chi preferisce l’abito tradizionale della propria regione di origine.
La dimensione pubblica: eventi e luoghi simbolici
La crescente visibilità di Hanukkah nello spazio pubblico è un fenomeno relativamente recente. Se in passato la menorah veniva accesa solo nelle case e nelle sinagoghe, oggi non è raro vedere imponenti accensioni pubbliche in città come Gerusalemme, New York, Parigi o Londra. Il caso di Central Park a New York – con la menorah gigante di quasi dieci metri – è ormai leggendario. Si racconta che nel 2022 l’evento abbia attirato oltre 10.000 persone: non male per una tradizione che, fino a pochi decenni fa, restava familiare.
Queste cerimonie pubbliche, spesso organizzate da associazioni come Chabad-Lubavitch, hanno assunto anche un valore politico. Non tutti apprezzano questa spettacolarizzazione, però: alcuni storici (cito ad esempio Yael Zerubavel) vedono il rischio di una perdita di profondità, mentre altri sottolineano l’importanza di rendere visibile la presenza ebraica e il suo messaggio di tolleranza e inclusione.
Un altro luogo emblematico è, senza dubbio, il Muro del Pianto a Gerusalemme, dove l’accensione della menorah riunisce migliaia di fedeli e turisti. In alcune città europee la celebrazione ha persino assunto toni interreligiosi: a Vienna, per esempio, l’accensione pubblica della menorah si tiene spesso in collaborazione con associazioni cristiane e musulmane. Succede spesso, almeno dagli anni Settanta, che la festa venga interpretata come occasione di dialogo e incontro.
Hanukkah in famiglia: racconti, doni e cucina
Se la dimensione pubblica è quella più visibile, il cuore pulsante di Hanukkah resta senza dubbio la celebrazione familiare. Ogni sera si accende la menorah insieme, si raccontano storie (non di rado la leggenda del miracolo dell’olio viene reinventata di generazione in generazione), si gioca al dreidel e si condividono piccoli doni – i già citati gelt, ma anche libri, giochi e piccoli oggetti simbolici.
La cucina di Hanukkah è un viaggio a sé. I latkes (frittelle di patate) sono onnipresenti, ma nelle comunità sefardite si preferiscono dolci fritti come i sufganiyot (ciambelle ripiene di marmellata). La frittura, in ogni caso, richiama direttamente il miracolo dell’olio. È interessante notare come ogni regione abbia sviluppato varianti proprie: in Germania si preparano spesso le kartoffelpuffer, mentre in Marocco le ciambelle sono aromatizzate con acqua di fiori d’arancio. Non manca il vino – rosso o bianco, a seconda delle usanze locali – e, in alcune famiglie, bevande speziate di origine antica.
Adattamenti, varianti e influenze interculturali
Hanukkah ha saputo adattarsi in modo sorprendente ai contesti della diaspora. Negli Stati Uniti la festa si è “allargata”, diventando quasi una risposta ebraica al Natale: l’albero di Hanukkah (un’invenzione moderna, per quanto discussa), i biglietti di auguri decorati, persino le canzoni pop a tema.
In Israele, invece, la festività mantiene un tono più nazionale e civico. Le scuole organizzano recite sui Maccabei, le città si riempiono di luci e le parate musicali celebrano la vittoria e la rinascita. È curioso come qui il senso della festa sia meno legato alla reazione al Natale (come accade spesso in Occidente) e più alla costruzione di una memoria nazionale condivisa.
La globalizzazione ha favorito l’incontro tra Hanukkah e altre tradizioni. In alcune città del Nord America si trovano menorah stampate in 3D o accensioni trasmesse via streaming per permettere a chi è lontano di partecipare “virtualmente”. Alcuni vedono in questo una perdita di autenticità, altri un segno di resilienza. Chissà quale sarà la forma dominante tra qualche decennio.
Hanukkah tra media, cultura pop e turismo
Negli ultimi vent’anni Hanukkah ha conquistato spazi inaspettati nei media: spot pubblicitari, sitcom, persino blockbuster hollywoodiani. La menorah fa la sua comparsa in serie come “Friends”, mentre il gioco del dreidel viene citato in programmi per bambini. Questo fenomeno suscita ancora dibattiti: alcuni sostengono che la visibilità favorisca il rispetto e la conoscenza reciproca, altri temono che si svuoti il senso originario del rito.
Anche il turismo legato a Hanukkah è in crescita. Gerusalemme e Tel Aviv vedono un’affluenza particolare in questo periodo; lo stesso accade in città europee con una forte presenza ebraica. Le agenzie turistiche propongono percorsi a tema: visite alle sinagoghe storiche, laboratori di cucina, serate di accensione della menorah nelle piazze centrali.
Curiosità, aneddoti e qualche superstizione
Hanukkah è ricca di dettagli che spesso sfuggono a uno sguardo superficiale. Tra i fatti più curiosi, il record della menorah pubblica più grande del mondo: oltre 10 metri di altezza a New York, accesa con l’ausilio di una gru. I numeri di partecipanti alle accensioni pubbliche sono in costante crescita: secondo dati raccolti dal Jewish Telegraphic Agency, in alcune città si sono superate le 15.000 presenze in un solo evento. Eppure, non tutti sono d’accordo sul significato di questa “esplosione” numerica: c’è chi la vede come una vittoria culturale, chi come una banalizzazione.
Le superstizioni legate a Hanukkah sono numerose: si dice che non si debba mai spegnere una candela della menorah soffiandoci sopra, perché si rischia di attirare la sfortuna; oppure che il vento che fa tremolare la fiamma porti notizie dal passato.
C’è poi la leggenda del “Hanukkah Bush”, l’albero di Hanukkah che alcune famiglie statunitensi addobbano, soprattutto in quartieri a maggioranza cristiana, come forma di “adattamento” alle mode locali. Alcuni la fanno risalire agli anni ’50, altri sostengono che sia una trovata commerciale più recente. La verità, come spesso accade, potrebbe stare nel mezzo.
Un patrimonio in continuo movimento
Anche senza voler trarre conclusioni, ciò che emerge è la vitalità di Hanukkah come fenomeno culturale, religioso e sociale. La festa delle luci attraversa i secoli e i continenti, adattandosi e rinnovandosi a ogni generazione. Ogni menorah accesa, ogni racconto tramandato, ogni frittella cucinata racchiude una storia personale e collettiva, fatta di fede, coraggio e adattamento.
Hanukkah, alla fine, non è solo la celebrazione di un miracolo o il ricordo di una rivolta. È l’esempio vivido di come una comunità possa reinventarsi, tenendo insieme il filo della tradizione e la voglia di dialogo con il presente.
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